Caroline Pagani ci presenta il nuovo singolo “Palcoscenico”

Benvenuta, Caroline! Il tuo singolo “Palcoscenico” è un omaggio al mondo del teatro e degli artisti. Quali aspetti del teatro e della vita degli artisti ti hanno ispirato di più durante la creazione del video di questa canzone?

Grazie a voi per l’accoglienza e per lo spazio! Gli aspetti del teatro che ho voluto mostrare sono soprattutto quelli dei retroscena, di che cosa stia dietro e prima del momento in cui si va su un palcoscenico, dal momento in cui un artista si raccoglie in camerino e si concentra e allena con un suo training personale e segreto, al momento del dietro le quinte in cui si sta per fare il salto nel buio, il backstage dell’andata in scena quindi, ma anche momenti di puro palcoscenico. E in chiave brillante e ironica una carrellata su alcuni personaggi femminili di William Shakespeare, accomunati dal demone di Eros. La vita degli artisti, degli attori in particolare, è qui rappresentata in maniera rocambolesca e con la dedizione e generosità che la caratterizzano sempre e inevitabilmente. Mi hanno ispirata anche dei momenti che sono talmente tragici da diventare, grazie all’ironia, anche irresistibilmente comici.

2. La canzone “Palcoscenico” esplora temi legati al teatro, alla vita degli artisti e al mondo dello show business. In che modo la tua esperienza personale come attrice e studiosa di teatro ha influenzato la tua interpretazione del brano?

È una canzone ironica, brillante… Ho pensato che “palcoscenico” spesso è anche ciò che viene prima, il retroscena di ciò che si fa sul palco e che la città di Venezia è un palcoscenico all’aperto, per questo ho deciso di girare la maggior parte delle scene in esterni e interni della città lagunare. Qui incontriamo una Giulietta al balcone, una Titania regina delle fate ,metà fata e metà asino, che crede di essere nel bosco e che usa i pozzi della città come palcoscenici, una Cleopatra in una sontuosa dimora raffigurata come lo è spesso in pittura, colta nel momento che precede la sua morte erotica, un’Ofelia galleggiante nelle acque della laguna, una Salomé in preda ai furori di una danza dei sette veli, una citazione dell’arte della performance con un’attrice che si rotola semi nuda con uno scheletro sulle tavole di un palcoscenico…

3. La tua interpretazione di “Palcoscenico” è descritta come dissacrante, emozionante e divertente. Come hai bilanciato questi diversi elementi per creare una canzone che cattura l’essenza del teatro?

Nel testo della canzone Herbert fa dire a un discografico: “Lei con quel tipo di canzoni in hit parade non ci va mica, perché in tv non c’è rubrica per cantautori rompiglioni… Questo è un mestiere da puttane” e lui risponde. “Puttana sì, ma a modo mio! Sui marciapiedi della France mi sono fatto un’expérience, e ora godono i miei fans, ma come e quando dico io!”

Io amo molto la parodia… La parodia coglie anche gli aspetti critici di un’opera e la ribalta come un calzino, nel video della canzone ho voluto creare una storia, una storia da raccontare, infatti c’è un filo rosso, segue un tempo sincronico, non diacronico, è onirica, come avviene nei sogni, infatti qui Desdemona prima viene uccisa, soffocata con un cuscino da Otello e poi si sposa col moro e naviga felice in gondola nella laguna. E’ dissacrante perché si mescola alto basso, letterario e popolare, comico e tragico, prende e si prende in giro, distillando così anche momenti esilaranti.

4. In “Palcoscenico” parli di un viaggio surreale nel mondo del teatro. Puoi raccontarci di un momento particolarmente significativo o sorprendente durante la produzione del video della canzone?

Entrare nell’acqua gelida per girare la scena della morte di Ofelia, la possibilità di vivere per un po’ dimore storiche meravigliose affacciate sul Canal Grande di Venezia per girare la scena della morte di Cleopatra e il colpo di fulmine fra Titania, regina delle fate e il suo amante, asino, credo lo siano stati un po’ tutti, come anche smontare casa per ricreare un camerino di un teatro in casa, senza costumista, né truccatore, né set designer, all by myself…

5. Il teatro è un’arte millenaria che continua a evolversi. Come vedi il futuro del teatro e il ruolo che gli artisti come te possono svolgere nella sua evoluzione?

Credo che il teatro non sopravviverà ma vivrà, esiste dalla notte dei tempi e finirà solo con la fine del mondo, finché c’è un essere umano che ha una storia da raccontare, da condividere, e qualcuno a cui raccontare e con cui condividere, il teatro ci sarà sempre. Credo che per evolversi il teatro debba sganciarsi il più possibile dalla politica e che si debba insegnare Storia del Teatro e fare laboratori di Teatro a partire dalle scuole elementari, penso che così il nostro mondo e la nostra umanità sarebbero meno peggiori.

6. La tua canzone celebra la forza di Eros e l’amore per la musica, il teatro e l’arte. Come riesci a connetterti con queste emozioni profonde attraverso la tua arte?

Mi ci connetto perché il mio rapporto col Teatro e col cantare è anche erotico, cioè dominato da una forza, da un protendere, da un desiderio, da un desiderare, in senso etimologico, da un uscire da se stessi per andare verso le stelle, di raccontare e condividere qualcosa. Calandomi totalmente in ciò che faccio e al tempo stesso praticando l’ironia, una sorta di distacco e sguardo divertito e sdrammatizzante sui personaggi, sulle tragedie.

7. “Per Amore dell’Amore” è uno spettacolo-concerto dedicato a tuo fratello Herbert Pagani. In che modo il suo lavoro e la sua eredità hanno influenzato la tua carriera artistica e il tuo approccio a questo spettacolo?

Credo che la sua essenza, il suo pensiero, il suo modo di vedere l’arte, il mondo, l’esistenza mi abbiano in parte guidata, a seguire la mia vocazione, ad amare questo mestiere, a credere in quello che faccio, a non cedere a compromessi, lui era un puro, integro, era una persona trasparente, era privo di ambiguità, non aveva padroni e incitava anche me a non averne, a essere maestra di me stessa, ma erano anche altri tempi… Purtroppo lo sono anch’io, forse anche per questo devo conquistare le cose con molto lavoro e tanta fatica…

8. Lavorare a uno spettacolo-concerto che omaggia il lavoro di Herbert Pagani deve essere stato emotivamente intenso. Come hai affrontato questa sfida e cosa speri che il pubblico porti con sé dopo aver visto lo spettacolo?

È vero, è una sfida, è stato ed è emozionante, l’ho affrontata e la affronto seguendo ciò che amo, amando ciò che faccio, cercando di gestire e controllare l’emotività durante gli spettacoli, che in parte è una risorsa, soprattutto per un’attrice, ma che va comunque gestita, trattando me stessa, il mio corpo, la mia voce come un tramite. Credo mi abbiano guidata la passione, l’innamoramento per i suoi testi, anche il desiderio di riconnettermi in qualche modo con le mie radici, non avendo famiglia, è stato anche un modo di crearmi una famiglia, a cui riconnettermi con le canzoni, è stato un po’come lavorare sul mio albero genealogico, un modo per andare alle radici, e tornare alle origini. Spero che il pubblico si diverta, che si emozioni, che ami queste canzoni e che abbia voglia di riscoprire questa discografia, la bellezza di queste musiche e di questi testi. La canzone d’autore, la “chanson”, come diceva Herbert, aiuta a pensare, a riflettere, risolve uno stato d’animo, aiuta a vivere.

9. La tua carriera è caratterizzata da una vasta gamma di esperienze in teatro, università e drammaturgia. Come riesci a combinare queste diverse sfaccettature per creare un’esperienza artistica unica?

Si combinano perché sono intimamente legate e connesse, quando scrivi un testo teatrale, in quanto autore, drammaturgo hai già in mente una regia, descrivi o ricrei l’ambientazione e di conseguenza ti si delinea anche la scenografia. Scrivere per il teatro vuol dire avere ben chiaro come verrà porto e condiviso il testo, quali registri userai, come ti muoverai in scena, in quale modo interpreterai quelle canzoni…

10. Stai lavorando a nuovi testi teatrali e a un libro su Shakespeare. Come mantieni viva la tua passione per l’arte e come vedi la tua carriera evolversi nei prossimi anni?

La mantengo viva praticandola, cantando, cantare mi piace moltissimo, è per me una forma di meditazione, sono felice quando canto, mi dimentico di me stessa, e delle brutture del mondo, dei rimuginii, la mia radio Maria si spegne, per lasciare entrare altro, e nei momenti in cui non è possibile praticarla, leggendo ciò che amo e scrivendo… Shakespeare è anche un antidepressivo naturale, non mi stanco mai di leggerlo e rileggerlo, preferibilmente il lingua originale, immergersi in storie drammatiche, tragiche, che però possono riguardare tutti, aiuta a relativizzare i problemi, a identificarti e al tempo stesso a vedere, a osservare la storia come se gli occhi non fossero solo tuoi, e i tuoi. I prossimi anni? Non lo so, cerco di stare nel qui e ora, è già molto impegnativo. Il mio sogno è girare il mondo cantando e recitando, cosa che in parte già faccio, e di avere un mio teatro in cui accogliere artisti e spettacoli meravigliosi, senza politica, senza scambismi, senza discriminazioni di nessun tipo.

11. Puoi parlarci di un momento in cui hai sentito di aver raggiunto un nuovo livello artistico o di autenticità nella tua carriera?

Non saprei, non credo di aver raggiunto nulla, se non cercare di fare al meglio ciò che amo, di affinarlo sempre più, e imparare a non farmi abbattere, il Teatro è anche un ambito e mestiere di resistenza e resilienza. Forse quando ho presentato per la prima volta un mio lavoro a un festival di regia all’estero, ho capito che spesso posso anche fare tutto da sola, è una libertà che dona soddisfazioni impagabili. E quando ho deciso di cantare, non si recita né si canta per sé, ma per gli altri, cantare è raccontare, è condividere, e il pubblico, come insegna quella che per me è la più grande esperta e filosofa della voce che esista, Francesca Della Monica, è coautore di quello che interpreti, racconti e canti.

12. Infine, quali consigli daresti a giovani artisti emergenti che cercano di trovare la loro voce e la loro strada nel mondo del teatro e della musica?

Direi che bisogna studiare, molto e sempre, in continuazione, che è un mestiere che non dà certezze ma che mette spesso in crisi, che ti costringe a metterti in discussione, direi di imparare almeno una lingua straniera, ma talmente bene da poterci recitare e o cantare e di andare via dall’Italia prima possibile!