dada sutra ci presenta il suo nuovo singolo “Le cure”

1. Benvenuta, dada sutra! Ci racconti di più sulla tua ispirazione dietro il singolo “LE CURE” e il suo significato profondo?

Pensavo a questa cosa che dice Jodorowsky all’inizio di “Psicomagia”, parla di una donna che ha uno strano sfogo sulle mani. Come cura, Jodorowsky le prescrive degli impacchi con argilla in cui suo figlio e la sua nuora avevano sputato – potrei non ricordarmi i dettagli precisi, comunque il lieto fine è che la donna guarisce. Questo perché l’intuizione era che lei si sentisse trascurata dal figlio, tagliata fuori dalla sua vita, e quindi questa cura potesse ristabilire un senso di vicinanza e affetto. Pensavo a come la nostra medicina si basi su cure che provano a risolvere un problema fisico isolato, ignorando completamente il fatto che siamo un sistema molto più complesso e che molti mali fisici hanno radici psicologiche, affettive, sociali. Nel testo dico “ho bisogno di erbe, ho bisogno di tocco, ho bisogno di un santo” e per me si riferisce al bisogno di una connessione profonda con la Terra, con le persone che ho intorno e con la mia parte spirituale, connessioni di cui sento molto la mancanza nel modo in cui viviamo, soprattutto in una città come Milano.
Comunque, Giacomo Carlone, che ha prodotto il pezzo e prestato le batterie, vede tutto il testo come un ritratto ironico di quella fascia di popolazione radical chic / new age che viaggiano per il mondo cercando una cura miracolosa che non trovano mai, e anche questa interpretazione mi va bene.

2. Come hai vissuto la transizione dal progetto “Bambole di Pezza” a dada sutra, definendolo come “atipico, contorto, stratificato, indefinibile”?

Non c’è stata una transizione in realtà, per me sono arrivate dopo le Bambole di Pezza, non suonavo nella formazione originale, e continuo ad alternarmi tra le due realtà. Sono due mondi abbastanza lontani ma direi che mi diverto molto in entrambi.

3. Puoi condividere il processo creativo dietro la produzione di “LE CURE”? Quali sfide hai affrontato durante la realizzazione?

È stato un po’ un parto complicato perché ci ho messo un po’ di tentativi per trovare l’incastro giusto a livello di scrittura. Una volta trovato, però, è andata abbastanza liscia per la parte di produzione, per cui come dicevo ho coinvolto Giacomo. Nessuno dei due ha paura di osare, quindi abbiamo dato il peggio di noi.

4. Hai menzionato la dualità di “yang” ed “yin” nel tuo nuovo brano. Come riesci a bilanciare la rapidità ed energia con la lentezza e la vulnerabilità nella tua musica?

Sono sempre alla ricerca di un equilibrio in quello che faccio, e anche di contrasti. È un pezzo abbastanza punk nelle intenzioni, quindi mi è sembrato divertente invece metterci un testo poco punk come “ho bisogno di cure”. Ma non è neanche così lontano da “Curami” dei CCCP, quindi direi niente di nuovo sotto al sole.

5. Parli di cure che tutti noi necessitiamo a livello collettivo e planetario. In che modo la tua musica aspira a contribuire a questo processo di guarigione sociale e ambientale?Questo è un tema che mi piacerebbe esplorare molto di più, mi piacerebbe davvero fare delle mie canzoni qualcosa capace di curare.  Una persona mi ha scritto che ascoltarmi la stava aiutando con dei dolori cronici, la musica ha questo potere. Per ora posso dirti che sicuramente la musica che faccio ha un valore terapeutico per me, e una guarigione personale ha inevitabilmente un effetto positivo sulle persone intorno.

6. Il testo di “LE CURE” è stato ispirato da un racconto di Alejandro Jodorowsky. Come la tua musica si lega a influenze e ispirazioni esterne nel plasmare il tuo stile unico?

C’è sempre qualcosa che mi suggestiona, delle immagini che mi arrivano da qualcosa che leggo, da un film, o anche da qualcosa che mi raccontano o che sento dire da qualcuno in strada. Detto diversamente, la mia vita non è abbastanza interessante per tirarci fuori dei testi validi senza aiuti esterni. Avrei canzoni che parlano solo di pedali per basso e gatti.

7. Hai menzionato la necessità di onorare la debolezza e la diversità. In che modo il tuo progetto musicale riflette questo approccio?Mi impegno a ritenerli dei valori nella mia persona prima di tutto, quando scrivo musica. Cerco di non imitare qualcun altro o di mostrarmi diversa da quello che sono. Sono convinta che far emergere i propri “veri colori” sia anche un modo per invitare chi ci osserva e ascolta a fare altrettanto, e quindi, a catena, una via di liberazione per tutti.

8. Come descriveresti l’estetica Dada e DIY che caratterizza il tuo live eclettico, e in che modo si riflette nella tua performance dal vivo?

Mi piace che le cose che faccio non abbiano troppa patina, e anche dal vivo cerco sonorità in po’ grezze. A volte suono il basso con strumenti trovati in giro tipo chiodi e tappi di bottiglia, addobbo il palco con scampoli trovati ai mercatini, e di solito il merch che vendo è fai-da-te, con cd masterizzati, collage che faccio io, quaderni che ho cucito e cose del genere.

9. Che ruolo hai svolto come autrice, compositrice, voce e tastierista nel progetto dada sutra?

Per questo album ho scritto praticamente tutto io, registrato voci e tastiera in casa, e poi sono andata con il progetto Ableton da Giacomo a dirgli “AIUTAMI, DAI UN SUONO DECENTE A QUESTE COSE E UN SENSO A QUESTO CAOS DI TASTIERINE“.

10. Cosa possiamo aspettarci dal prossimo disco, considerando che “LE CURE” è un’anticipazione intrigante?

Mah, aspettatevi di tutto. Comunque sono rimasti molto caos e molte tastierine.